La Città

 

Le origini di Prizzi sono avvolte nel mistero come l’etimologia del suo nome che negli antichi diplomi normanni appare nella forma di Peritium.
Difficile è stabilire se e quando vi si trasferirono gli abitanti dell’antico sito archeologico che sorge sulla opposta Montagna dei Cavalli. Sulla cima di questa già dall’VIII secolo si insediarono tribù sicane con le quali già dal VI o forse prima Greci intraprendenti intrecciarono rapporti commerciali.
Le numerose campagne di scavo condotte sull’acropoli, a cominciare da quella avviata dal prof. Nenci della Normale di Pisa e proseguite per la solerzia e l’impegno anche finanziario dei diversi sindaci che si sono succeduti, hanno messo in luce le fortificazioni con le mura e le torri di difesa e la planimetria del vasto sito che testimonia una presenza continuativa fino ad epoca ellenistica (secoli IV-III a.C.).
Gli splendidi reperti rinvenuti, gli ambienti cultuali dell’acropoli e l’ampia cavea del teatro, che si evidenzia nella conca alla base nord delle mura, denotano un alto indice di civiltà del centro, floridezza sbalorditiva per una città così internata fra i monti e comprovata dalla vasta necropoli che si stende per decine e decine di ettari in un poggio ridente aperto al sole del tramonto, formata da mi­gliaia di sepolture, alcune delle quali monumentali, sontuose nella struttura e nel ricchissimo corredo funerario, pregiate ceramiche e monili di raffinata fattura e di rara bellezza, grande quantità di monete, in genere puniche, ma numerose anche greche ed altre italiche, patrimonio importante del Museo archeologico “Salinas” di Palermo, ma pure tesoro e nucleo forte del locale Museo in Corso Umberto, strutturato in tre sezioni: mineralogico, preistorico e archeologico. Il sito per concorde opinione è da identificare con la Hippana (per carità, si risparmi l’insistito scempio di Hyppana) di Polibio I 24, 10, distrutta dai Romani nel 258 a. C., identica alla Sittana di Diodoro XXIII 9, 5.
I Romani ne dovettero ben valutare l’importanza strategica, come testimonia il celebre cippo miliare, che rivalutava l’antica strada ellenistica proveniente da Agrigento, da loro riparata e riadattata.Ignota la realtà abitativa dei secoli successivi, soltanto in età bizantina ritroviamo tracce sicure di insediamento nel territorio, documentate solo archeologicamente attraverso reperti, acquisiti nel 1976 e conservati al “Prähistorische Staatssammlung” di München nella sezione del “Museum für vor-und Frühgeschichte”.
La collezione raccoglie reperti, “assegnati a due tombe di un cimitero di ignota grandezza, che contengono di volta in volta solamente un vaso (vetro o terracotta), acquistati da possessore privato.
Il luogo del rinvenimento I deve collocarsi a circa 2 km a sud-sud-ovest di Prizzi”. In una si rinvenne “in assoluto buono stato”, uno stupendo, “bicchiere, assai alto e slanciato, in vetro verdognolo chiaro, quasi scialbo, con base ad omphalo e una solida inboccatura lievemente arrotondata, alto cm 13,7”.
Altri preziosi reperti in terracotta furono rinvenuti in un imprecisato cimitero bizantino di Filaga di localizzazione ignota e dimensioni sconosciute e trovati in cinque tombe. Il radicamento bizantino nel territorio è testimoniato pure dalla toponomastica, come le località Cerames-Ciaramitaro, “il luogo ciaramiti”, Fitalia, “la piantagione”, Filaga, il fiume Sòsio.
La presenza bizantina sulla cima della montagna di Prizzi è comprovata storicamente dalla testimonianza di ‘Alî ‘ibn ‘abî Bakr ‘al Harawî, infaticabile peregrino giramondo di Mossul, detto perciò“il randagio”. Capitato nel 1175 in Sicilia, nei suoi Cenni sui luoghi da visitare in pellegrinaggio, nel consigliare la visita dei luoghi siciliani sacri al culto di Maometto, scrisse: “Nella Qal’at B.r.zzû (Rocca di Prizzi) è la tomba di ‘Abû ‘al Hassân ‘ibn Mu’âwîah ‘ibn Hudayg Sakûnî. Dicono che questa rocca e le castella dell’isola furono espugnate da lui.
Dicono altresì che questo Hassân assunse [l’incarico] di uccidere Muhammad ‘ibn ‘abi Bakr e di ardere [il suo cadavere]. Del resto il vero lo sa Dio”. In effetti, cadute le rocche di Caltabellotta e di Corleone, intorno all’840 anche quella di Prizzi si arrese ai guerrieri saraceni, guidati dal vecchio qadi  ‘Asad ‘ibn ‘al Furât, improvvisatosi comandante su­premo (amir al-giaysh), ed ec­citati dalla fede nell’islam e dal fanatismo della gihad, la «guerra santa».
Il paese accolse sulla sua cima e nei floridi campi tribù, in prevalenza berbere, che mutarono non solo la toponomastica, ma operarono un benefico sfruttamento del territorio, irrigando giardini e orti con le numerose favare del territorio e creando gebbie e catusi. E nell’antico castello bizantino che un giorno risuonava del passo delle scolte, nella cappella in cui riecheggiava il Christòs anésti e le litanie bizantine, dall’elevato nido di nibbi risuonò nelle vallate l’Allah akhbar! del muezin che avvisava i fedeli sparsi per i numerosi casali. Ancora oggi l’abitato con le sue stradine a scalinate, gli stretti vicoli, i cortili silenziosi, gli archi sospesi e le mura a secco, richiama inconfondibilmente l’ordito dei paesi arabi. Il popolamento del territorio fu tanto capil­lare che ai tempi di re Ruggero II e del sommo El-Idrisi, oltre all’araba Barazzû-Prizzi, vantava floridi casali come Raja, Guddemi, Hancarmutu, Margana, ancora la bizantina Fitalia. Che il normanno Pirizium-Perizium corrispondesse all’anteriore borgo saraceno trascritto con B.r.zû-Barazzû (o forse meglio Birizu?) e che fosse con certezza di grossa consistenza demografica, risulta dalla dettagliata descrizione, che ne fece diciotto anni dopo, intorno al 1154, il sommo geografo  al-Idrisi nel suo prezioso e celeberrimo Libro di Ruggero: Barazzû-Prizzi “è castello (hisn) di bel sito e di molta fortitudine, con borgo (rabad) abitato, acque correnti, fonti, terre da seminare che si estendono lungi e produzioni [da cavarne] larghissima entrata”.
La comunità fu tanto prospera che un nostro lontano con­terraneo musulmano poté permettersi di fare il pellegrinaggio prescritto alla Mecca, divenendo hagg al-amir, cioè «il signore del pellegrinaggio”, donde la contrada in cui viveva divenne Gaggialamara.
Il territorio di Prizzi entrò a pieno titolo nella storia attraverso documenti storici certi soltanto dopo la sua conquista normanna, avvenuta con molta probabilità intorno al 1077, e con la creazione e la conferma da parte del conte Ruggero della diocesi di Agrigento.
Quando nel 1093 il conte innalzò nella città di Girgenti una “Cattedra con infule pontificali” e vi pose a capo il vescovo Gerlando, Prizzi, “terra cospicua e anteriore alla conquista”, fu presente con i suoi titoli, diritti delle decime e diritti parrocchiali nella diocesi i cui confini sono descritti nel prezioso Rogerii Siciliae et Calabriae comitis privilegium.

IL BARONATO
La terra e il castello di Pirizium vengono alla ribalta intorno al 1136, quando compaiono come feudo di Guglielmo Bonello e poi del figlio Matteo, il celebre barone ribelle imprigionato dal re. Impossibile stabilire le vicende successive. Sappiamo che il casale, divenuto con probabilità demaniale e denominato nei documenti di età aragonese Santo Angelo de Pericio  o semplicemente Santo Angelo, fu occupato con atto illegale e violento da un conte Giovanni Maletta (1303-1371), ma in seguito al suo tradimento fu concesso in enfiteusi a Francesco Valguarnera (1390-1397).
La prima vera investitura feudale fu fatta nel 1397 dal re Martino a Raimondo de Apilia, ma la terra e il castello di Prizzi divennero propriamente baronali con il privilegio concesso da Martino il Giovane a Nicola de Abellis ai primi del 1400.
Nel primo decennio del secolo avvenne una strana transazione tra una Margherita de Apilia e un fra’ Nicolò Cotto di Prizzi, inviato dalla lontana abbazia di Casamari nel Lazio. I due commissionarono al notaio de Picthacolis di Corleone dei transunti o trascrizioni di diplomi antichissimi, copie che per la loro struttura diplomatica e i dati storici sono stati ritenuti falsi da Paolo Collura.
Secondo il privilegio del 1155, transuntato il 19 gennaio 1400, Matteo Bonello donava le terre del feudo di Prizzi al convento di Sant’Angelo, sito nel luogo dell’odierno santuario della Madonna del Carmine e dipendenza dell’abbazia di Casamari.
Il padre Guglielmo lo avrebbe fondato nella ridente valle pianeggiante, detta di Magliano, terra della diocesi di Girgenti già prima della venuta dei Normanni, alle falde del monte di Prizzi e a circa mezzo chilometro a sud dell’abitato, e l’avrebbe assegnato a monache cistercensi biancovestite, fuggite ai Turchi da Gerusalemme.
Dopo una lunga opera di evangelizzazione e di dominio enfiteutico sul paese, il monastero andò in rovina, ma i suoi ruderi furono riadattati intorno al 1582, quando vi si stabilirono i Carmelitani. L’odierna chiesa della Madonna del Carmelo fu invece costruita nel 1638 sulle vestigia della chiesa di S. Angelo o S. Michele Arcangelo, anche se la fonte lapidea del lavabo presenta la data 1541.
Del convento rimangono l’ala orientale e settentrionale, pericolanti e inabitabili, lo spazio intermedio, che fu chiostro con giardinetto e con il pozzo che porta l’iscrizione: «P.P.M.G. 1617»; l’arco del muro di cinta nel grande spiazzo davanti la chiesa era già crollato nel primo Novecento. Il convento presentava una struttura, che non mancava di bel­lezza nell’equilibrio delle parti.
Con altro transunto del 2 dicembre 1416 dello stesso notaro il re Guglielmo II con il privilegio Regiam concedet Maiestatem del 1° novembre 1161, avrebbe “concesso, confermato e di nuovo donato al monastero di S. Angelo de Peritio, costruito ad onore di Dio e dei beati Angeli tutto il tenimento del castro di Peritium e il castro, come facciamo pregati dal nobiluomo Matteo Bonello, consanguineo e fedele nostro”. In forza di questi e successivi privilegi l’abbazia concedeva le terre in enfiteusi alla baronessa, che le trasmise al giovane figlio Raimondetto. Poiché un suo zio Ludovico de Apilia risiedeva a Valencia, perdette il feudo.Re Alfonso V il Magnanimo concesse la terra e il castello di Prizzi assieme al titolo baronale con tutte le gravose angherie feudali a Giovanni I Villaraut che diede avvio ad una lunga dinastia (1418-1516).
Con lui mutò radicalmente l’assetto del paese, perché il re con diploma del 30 maggio 1423 gli concesse pure il privilegio del mero e misto imperio, cioè la facoltà di potere torturare, tormentare, trucidare, condannare a morte, alla mutilazione, all’asportazione di alcune membra, alla fustigazione o «a qualsiasi altra pena atroce». Nello spiazzo, dove ora sorge il mo­numento ai caduti del ’15-18, si alzò il patibolo e la forca per i miseri contadini, che non era ossequienti, nel pianterreno dell’odierno Municipio, addossato alla via del Collegio si attivò il carcere ad uso di un enfiteuta, che per privilegio regio diveniva illegalmente barone e signore assoluto della terra. Un suo successore, un Giovanni II, compì un altro eccezionale e sconvolgente atto, che mutò la geografia e la storia di Prizzi.
Costui nel 1483, avvalendosi del privilegium o licentia populandi, di prerogativa regia, concesse ai profughi albanesi con i 25 artt. dei Capitoli di Palazzo Adriano una buona metà del territorio del feudo, cioè la parte secondo i confini del monastero di S. Cristoforo, e quindi anche il borgo di Filaga.
Questo scorporo di importanza capitale, che sconvolse e mutò definitivamente consistenza territoriale e confini di Prizzi e incise radicalmente e per sempre sui suoi equilibri socio-politici, fu operato da un barone quasi ignoto, e – incredibile! – con un semplice atto notarile fra due privati cittadini, arbitrario, in quanto privato e personale. Ma così andavano le cose in tempi di confusione giuridica e di prepotenza.
Nel  preambolo dei Capitoli si verbalizzò che il barone “avendo l’intenzione, il proposito e la volontà che fosse abitato, accresciuto, popolato il luogo o Casale del Castro di lu Palazu di Adriano dello stesso magnifico signore, delle pertinenze della detta terra di Prizzi”, “per cautela, certitudini et firmizza di li ditti habitanti ed habitare volenti ni lu locu predittu” o Casale, ha fatto, ha firmato ed ha giurato “certi capitoli, firmati tra il medesimo magnifico Signore e l’onorabile Giorgio Bonacasa greco”, il quale chiede se vuole i detti capitoli per sé e per tutti gli altri abitanti e che vorranno abitare nel detto luogo o Casale.Al tempo del passaggio della corona da Ferdinando il Cattolico (1479-1516) per successione a Carlo V (1516-1556) degli Asburgo d’Austria la baronia passò ad altro ramo dei Villauraut. Il nuovo re infatti il 13 gennaio 1517 investì della Terra e Castello di Prizzi il barone Carlo Villaraut e Crispo. La nuova baronia della famiglia dei Crispo governò su Prizzi fino al 1603, quando in seguito alla contrastata baronia di Giovanna Villaraut la linea ereditaria diretta dei Crespo e Villaraut si estinse.
In conseguenza del matrimonio della nobildonna con Francesco del Bosco e Aragona, s’innestò una ben più potente casata palermitana, quella del Bosco, che inaugurò nella baronia di Prizzi un nuovo e secolare ramo dinastico (1603-1721), ben più potente e prestigioso e in forte progressione nelle fortune patrimoniali e politiche. Vincenzo II del Bosco Crispo e Villaraut, duca di Misilmeri, loro figlio primogenito e perciò erede e successore, riunì nella sua persona l’asse ereditario di tutti i diversi titoli nobiliari delle due famiglie, delle quali accrebbe a dismisura la potenza politico-economica. Infatti unificò il titolo della baronia di Prizzi, come erede della linea materna dei Crispo e Villaraut, con i numerosi altri della famiglia paterna del Bosco.
La linea ereditaria dei titoli della famiglia del Bosco passò alla morte di Giuseppe del Bosco Sandoval, alla nuova casata dei Bonanno di Roccafiorita (1721-1787). Francesco Bonanno il Grande divenne nel 1721 barone anche di Prizzi, in quanto erede universale di tutti i beni feudali dello zio materno Giuseppe del Bosco. Le sue fortune e la sua influenza politica non ebbero sosta.
Il figlio Giuseppe Bonanno e Filangeri e del Bosco, figlio di seconde nozze con Anna Maria Filangeri e Ventimiglia, s’investì nello stesso giorno, 24 dicembre 1740, del titolo di principe di Roccafiorita, della Baronia, Terra e Stato di Prizzi, del Ducato, Terra e Castello di Misilmeri, “nei quali successe come primogenito e per la morte di Francesco, suo padre”, ed ebbe l’investitura di principe della Cattolica e Cavaliere del Toson d’oro. Giuseppe inoltre “s’investì, a 24 Dicembre 1740, della Contea e terra di Vicari; e come erede universale del fu Francesco Bonanno del Bosco, suo padre”.
Mai famiglia sì potente aveva avuto la baronia di Prizzi.Negli anni esaltanti delle riforme continuò a possedere la baronia di Prizzi la linea ereditaria dei principi della Cattolica, che conobbero la terra soltanto dai titoli, perché vissero negli splendori e nel lusso di Corte a Napoli fra l’apparato nobiliare più alto.
Come se non bastassero i titoli e gli immensi possessi, la Corte di Napoli e di Sicilia volle beneficiare ancora il nostro eminentissimo barone Giuseppe Bonanno e Filingeri e il 25 settembre 1773 gli assegnò “in premio delle sue benemerenze” ben “onze 333.10 annuali vitalizie sopra la Real tesoreria”. Tutto risulta più chiaro, se si considera che nel 1770 fu nominato Cavallerizzo Maggiore della potentissima Regina Maria Carolina di Lorena, arciduchessa d’Austria, figlia dell’imperatore Francesco I (1745-1765). L’ascesa era inarrestabile: nell’aprile 1775 dal posto di cavallerizzo della regina “fu avanzato a quello di cavallerizzo maggiore del re, ch’è forse il primo e supremo posto di corte”, secondo Villabianca.
Gli successe il figlio primogenito Giuseppe Bonanno e Branciforte, Borromei e Pignatelli, principe della Cattolica, e “s’investì della baronia, Terra e Stato di Prizzi, a 3 Luglio 1798, come primogenito e per la morte di Francesco Antonino, suo padre”, ma fu l’ultimo ad ottenere l’investitura legale della baronia di Prizzi, vuoto titolo senza feudi.
Con Real Dispaccio, firmato il 28 luglio 1787 a Napoli da De Marco, dopo più di un anno di indagini e di processi, avvenne l’eccezionale atto dell’incamerazione della baronia di Prizzi al fisco: “Avendo fatto il re più volte esaminare non meno da codesta Giunta de’ presidenti e consultore che da questa di Sicilia a chi appartenesse per giustizia il feudo di Prizzi posseduto dal principe della Cattolica per concessione degli abbati commendatari di Casamari” e trovato “un’invasione ed una usurpazione abbusiva l’unione che fece la Corte Romana del monastero di Prizzi alla Badia di Casamari, e l’appropriazione de’ beni alla badia medesima, così illegittimo ed abusivo ancora è il titolo delle concessioni enfiteutiche fatte quindi dagli abbati commendatari, perchè fatte da coloro che non erano i padroni”, ha deciso “doversi senza forma e figura di giudizio passare all’incorporazione del feudo di Prizzi”. Inoltre “poichè tal feudo è oggi nella piena disposizione sovrana, ha risoluto nel tempo istesso la Maestà Sua che si unisca alla Badia della Magione conferita già al suo dilettissimo figlio il principe D. Gennaro”.
Il 6 agosto 1787 con biglietto viceregio Caramanico lo comunicò “per l’adempimento della sua parte” al Tribunale del real patrimonio, che il 9 agosto lo spedì al regio segreto di Corleone, che lo pubblicò ed eseguì anche a Prizzi il 10 agosto. Perciò il 10 agosto 1787la delegazione del tribunale giunse nella Real Corte della Segrezia di Corleone, per recarsi a Prizzi ed eseguire l’effettiva, realis et fisica incorporatio solemnis et possessio dei beni del principe della Cattolica.
L’incamerazione della baronia di Prizzi alla Real Commenda della Magione non fu in verità l’eccezionale rivoluzione che i Prizzesi si immaginarono tra feste e luminarie. Al secolare e lontano barone, proprietario di titolo e feudo, e al priore della più lontana e misteriosa abbazia di Casamari si sostituì un padrone altrettanto dispotico con una più potente e atipica amministrazione di stampo padronale, altrettanto lontana, che operò per di più attraverso un ferreo sistema burocratico e una capillare infiltrazione nei gangli dell’amministrazione comunale, tanto che si può parlare di un vero e autarchico dominio personale regio di Commenda e Municipio.
Il vero momento storico di svolta nella gestione e negli equilibri di potere nel Comune di Prizzi avvenne con il R.D. 11 ottobre 1817 sulla riforma dell’amministrazione civile e le Istruzioni applicative 20 gennaio 1818 (aggiornati nel 1838 e nel 1841), quando anche nei Reali Domini al di là del Faro si istituì il nuovo assetto dei Comuni, organizzati in forma rigorosamente gerarchica e piramidale in Circoscrizioni, Sottointendenze e Intendenze, al vertice il re.
L’antica amministrazione, gestita da Consiglio dei galantuomini e Giurati, di nomina baronale o regia, fu spazzata via e sostituita dal Decurionato, i cui membri furono scelti dall’Intendente della Valle dal “listino degli eleggibili”, compresi tra i ventuno e i settanta anni, preparato da una commissione formata da sindaco, I e II eletto, cancelliere e arciprete.
Il Comune di Prizzi, capo di circondario, era dipendente dal distretto di Corleone, guidato da un Sottintendente, soggetto all’Intendenza della Valle di Palermo. Il suo Decurionato oscillò in proporzione alla popolazione dai 19 ai 24 membri. La classe che emerse in questo nuovo contesto fu quella del burgisato, diviso in piccolo, medio e grosso, che fornì sacerdoti, notai e giurisperiti, medici fisici (o generali) e medici chirurghi (cerusici), aromatari e farmacisti, agrimensori, ma peso determinante continuarono ad esercitare i grossi proprietari e i possidenti terrieri.
Nella variegata galassia dei comuni siciliani il passaggio alla nuove accentrate strutture amministrative non fu indolore e immediato, ma trovò forti resistenze da parte dell’antica classe al potere che l’ostacolò e ritardò e infine l’adattò alle proprie esigenze. Più pesanti furono le opposizioni a Prizzi per la trasbordante presenza della Regia Commenda della Magione, che ormai da quasi un trentennio per l’immenso potere dei suoi consultori aveva esteso il dominio su tutti i gangli vitali dell’economia del Comune attraverso un consolidato gruppo di famiglie che avevano fatto le loro fortune a stretto servizio della atipica azienda gestita dal re.
Non fu strano che nella fase di trapasso e di rodaggio Prizzi ancora nel 1818 fosse amministrata dai tre antichi giurati della Commenda. Più sorprendente fu che fosse eletto sindaco per ordine del marchesino di Ruffo, amministratore di Ficuzza, Antonio Ferrantelli di Chiusa, potente soprastante della Magione, e che permanesse nella carica dal 12 marzo 1819 al marzo 1820, fino ai giorni della rivoluzione.Il vero processo di rottura di tali consolidati equilibri di potere tra le famiglie ricche e influenti fu innescato dallo rivoluzione carbonara, che, intesa come un atto di liberazione auspice lo stesso re, portò allo scoperto una fronda interna e nuovi protagonisti.
Anche Prizzi, come tutti i paesi della Valle di Palermo, vi aderì apertamente e unanimemente, anche se negli anni di poco successivi al fallimento si ebbe quasi vergogna di nominarla e si usarono eufemismi, come “passate vicende”, “avvenimento”, “oscillazioni”, “tristi vicende”.
Dal “Quadro delle popolazioni di Sicilia, che pronunziarono il loro voto per l’indipendenza”, in seguito all’”Indirizzo della Giunta provvisoria di Palermo a Ferdinando I”, si ricava che a Prizzi, distretto di Corleone, votarono a favore 7.435 cittadini. Come a Palermo, i ceti medi e le maestranze artigiane, che raccoglievano il malcontento popolare per la depressione economica, furono usati dalla classe abbiente, da proprietari e gabelloti.
Questi erano intimoriti dal pesante centralismo della riforma amministrativa e soprattutto dal rigido controllo finanziario sui bilanci, o stati discussi, improntati alla ferrea norma del pareggio di introiti ed esiti, dopo una secolare gestione, allegra se non spesso illegale e truffaldina dei proventi fiscali dei numerosi dazi pubblici.
Ne fu prova il fatto che anche i nostri rivoluzionari diedero alle fiamme la Cancelleria comunale, dove andarono in cenere contratti e conti delle gabelle e del Peculio frumentario, ma anche l’Archivio consiliare con tutte le delibere dei dissestati e saccheggiati bilanci comunali. Era l’illusione di tutti i rivoltosi, fomentata da chi aveva reali fantasmi nell’armadio da incenerire, che bastasse la distruzione degli archivi per liberarsi dall’esattore delle tasse.
La Giunta provvisoria rivoluzionaria fu composta da 19 decurioni, dei quali 8 della classe dei don proprietari, e 10 mastri, i possidenti Isidoro Gristina e Antonino Vallone. Emblematica la presenza oltre che del canonico Dino, maestro stipendiato dalla Magione, di fra’ Francesco La Corte, morto di lì a poco. Soltanto il 3 dicembre 1820, “in esecuzione di ordine per via lettera del Sig. Sottointendente in data del dì 27 novembre”, don Salvatore Siragusa, trentasettenne proprietario terriero, si recò nella venerabile Madrice, ove trovò che erano riuniti tutto il corpo amministrativo e gli impiegati al completo: “in mia presenza e al divoto ciantro Bongiorno Giacomo, posta la destra sul Santo Vangelo e ad alta voce io e i nominati abbiamo prestato il giuramento di osservare la Costituzione emanata”.
Dopo un periodo di assestamento con la sindacatura di Epifanio Valenzia, del vecchio gruppo della Magione, la vera stabilizzazione del nuovo sistema comunale avvenne sotto la sindacatura del notaio Giorgio Mosca (1825-27), ma assai forti rimasero le opposizioni e i contrasti, soprattutto durante l’amministrazione di Giuseppe Tommaso Traina (1828-30). Seguirono nella carica di sindaci Vito Traina (1830-33), Vito Valenzia (1833-34), Pietro Ignazio Valenzia (1835-38), Giorgio Valenzia (1838-39), il notaio Giuseppe Ferrara (1839-40), il medico Giuseppe Sparacio (1840-42), il notaio Giorgio Mosca (1843-44), l’avvocato Giorgio Valenzia (1846-48). Anche Prizzi partecipò al portentoso ’48, ebbe un Comitato rivoluzionario presieduto da Salvatore Siragusa e una sua Guardia Nazionale. Sconfitta la rivoluzione, ritornò a sindaco ancora Giorgio Valenzia (1849), al quale seguì il consueto ristretto gruppo di famiglie: Giorgio Blanda (1850-52), Filippo Sinatra e Vaccaio (1852-55), Luciano Gristina (1855-58) e infine Giuseppe Vajana (1859-61), l’ultimo sindaco dei Borboni.
Dopo l’avventura di Garibaldi e l’annessione sabauda poco o nulla cambiò nell’organigramma del potere. Già con il primo sindaco, Domenico Ferrara, nominato per il periodo legale 1861-63, tornarono al potere le consuete famiglie di epoca borbonica: Pasquale Vajana (1863-65), Giovanni Blanda (1866-69), Pietro Valenzia (1870-73), il notaio Giorgio Sparacio per ben cinque trienni (1873-1889) e dopo un intermezzo di Giorgio D’Angelo (1890-92), ancora fino alla morte (1894-1897). Non meno lunga fu la sindacatura di Pietro D’Angelo, dal 1898, con una pausa nel 1903, fino al 1914. Nella fase della guerra furono sindaci Emanuele Valenza (1914-1918) ed Epifanio Gristina (1918 e 1925), con il breve intermezzo della sinistra e la carica di sindaco a Giuseppe Macaluso (1919-20). Poi anche a Prizzi tutti divennero fascisti, anche se il nostro primo podestà a pieni titoli fu Francesco Saverio Di Chiara soltanto nel biennio 1927-28. E alla caduta del Fascismo davanti a tutte le porte e ai balconi sventolarono in onore degli Americani i tricolori, giunsero le truppe di Scelba e tutti divennero democristiani.
La storia recente e identica a quella dell’Italia intera.

 

Etimologia della parola Prizzi

Nonostante le secolari indagini oscura resta pure l’etimologia del nome. Nessun fondamento storico e diplomatico può avere la tesi di Milazzo, che, basandosi sulla redazione greca di un diploma del 1136, con il quale Ruggero donava delle terre presso Vicari alla nutrice Adelina, affermò che “Prizzi sorse ed era luogo di rifugio e di difesa, vedetta e posto di guardia fructorion per fare le segnalazioni col fuoco e col fumo ai castelli vicini” e che “la vera e propria funzione di Prizzi nel M.E. era accendere i fuochi, fare del fumo, come segnali ai castelli vicini dell’avvicinarsi del nemico, delle incursioni barbaresche”. L’unica e isolata forma greca “tò pyrìzein” è insostenibile concettualmente, perché mai ci si è sognati nella denominazione di un paese di usare un infinito sostantivato, cioè “il bruciare”.
D’altronde la funzione di sistema di segnalazione con fuochi e per di più in vista delle incursioni saracene, sarebbe troppo eccezionale e restrittiva, dal momento che tutti i castelli in posizione elevata ebbero tale funzione, anche se non l’unica. La scelta delle cime montane era dettata prioritariamente dalla difesa, in quanto in posizione isolata, con vie di accesso controllabili e con vista che spaziava lontanissimo e a 360°, ma anche per la salubrità dell’aria, dato il pericolo endemico delle paludi malariche.
La stessa funzione nella dislocazione si potrebbe estendere a tutti gli altri siti fortificati, senza che perciò assumessero simili toponimi, a partire da anni lontanissimi dal presidio sulla Montagna dei Cavalli, ma anche, per citare quelli in zone circostanti, dai contemporanei siti sulle rocche di Corleone, Vicari, Castronovo e Cammarata. D’altronde la posizione elevata era adottata oltre che per ragioni difensive.
Comprovato che esisteva sulla cima del monte una rocca bizantina, conquistata dagli Arabi, il toponimo Piritis rimanda a forme nominali greche. Se vogliamo proprio insistere sull’area semantica della radice di pir (con resa fonetica bizantina), “fuoco”, il termine ci condurrebbe al greco tardo piritis e al suo accusativo piritin, che indicava “pirite” (cfr. lat. pyrites), ma anche “fabbro”.
Non risulta però da riferimenti storici che il territorio fosse rinomato per l’abbondanza di tale minerale, mentre il nome di mestiere appare troppo particolare e circoscritto perché potesse essere assunto a toponimo. Dalla stessa radice fu pure coniato un omofono e omonimo, che oltre a “pirite” o “piretro” denominava anche un genere botanico di “nardo”. Potrebbe trattarsi della graminacea Nardus stricta o erba cervina, pianta erbacea perenne, frequente nei pascoli, con foglie ruvide e pungenti, fusto cespuglioso e spighette violacee.
Anche questa ipotesi non è suffragata da prove storiche o ambientali, che ne provino l’abbondante presenza. Più verosimile potrebbe essere invece l’altra soluzione dall’omofono aggettivo greco piritis, “di frumento”, dall’area etimologica di piròs, “frumento”.
La soluzione potrebbe essere senz’altro sostenuta dalla sicura e antica vocazione frumentaria del territorio. Tenendo ancora presente la trascrizione fonetica latina Pi(e)rizium-Perisium, rimanderebbe con uguali probabilità alla forma greca Perition, che si collega all’area semantica dell’avverbio perì, nel valore di “intorno” o “assai”.
Così potrebbe richiamare un luogo cinto e difeso o nella forma perìtion, un luogo “assai onorato” (cfr. il comparativo latino peritius e il nome peritia). Pertanto alla luce delle nostre conoscenze documentarie si deve concludere che non si può dare una sicura etimologia della denominazione.

  Dati generali del Comune di Prizzi

  • Codice Fiscale: 85001150821
  • Partita I.V.A : 02715630824
  • Conto Corrente di tesoreria unica presso Banca d’Italia IBAN IT85T0100003245515300187334
  • Tesoreria Comunale IBAN del Banco di Sicilia Agenzia di Prizzi  IT28F0200843550000300002941
  • Conto Corrente Postale: 13719901
  • Conto Corrente Postale per il pagamento dell’I.C.I: 53344404
  • Conto Corrente Postale per il pagamento dell’addizionale IRPEF: 89872139
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DATI GEO-POLITICI: coordinate geografiche 13° 25´ 59” long. E e 37° 43´ lat. N; superficie territoriale interamente montana di 95,03 kmq, classificata di alto rilievo (tipo B, altura, II) e di origine normanna, abitanti 4900 ISTAT 2000. Comprende inoltre: frazione di Filaga (m 828 l.m.) con 250 abitanti, borgo Molara (m 450/975 l.m.) con 38 case sparse, oltre a 299 case sparse con 149 residenti.
La frazione di Borgo Portella della Croce (m 491), con una chiesetta e una scuola elementare, è rimasta un progetto di riforma agraria abortito, che non trova ancora una sua utilizzazione insediativa definitiva. Distretto scolastico 49, U.S.L. 54, Arcipretura con quattro parrocchie (Madrice, S. Francesco, S. Giovanni e S. Rosalia), dipendente fin dai tempi del duca Ruggero dall’arcivescovado di Agrigento e con bolla papale 20 maggio 1844 di Gregorio XVI accorpata alla diocesi di Monreale.Distante 83 km circa dal capoluogo Palermo, vi è collegato con l’antica, tortuosa strada statale (SS) 118 Corleonese-Agrigentina (km 98), con la scorrimento veloce Palermo-Agrigento attraverso la SS 188 Centro Occidentale Sicula per  Lercara o attraverso la  malagevole provinciale (SP) 31.
Il centro insediativo si adagia sul pendio meridionale del monte omonimo, alto rilievo carbonatico del complesso geologico dei monti Sicani orientali, che svettano con l’alta cima del Monte Cammarata (m 1578). Si stende lungo la direttrice E-O, delimitata a nord da pendii scoscesi a tratti sub-verticali, mentre a sud digrada lievemente a gradoni verso la valle di Magliano. Si trova a un’altitudine dal l.m. che varia dai 966 ai 1045 metri nel punto più alto di Croce d’Arpa ed è fra i nove comuni dell’isola ad oltre 1.000 metri. Si affaccia ad ovest sul profondo vallone che attraversa la contrada Monaci ed è solcato dal fiume Raia, emissario del lago di Prizzi o di Raia, bacino autarchico artificiale imbrifero di circa 20 Km2 costruito nel 1938 per uso irriguo ed idroelettrico, da qualche adibito ad uso potabile per l’approvvigionamento di Caltanissetta. Dalla cima, dove è attiva una stazione meteorologica, di notevole importanza sia per i rilevamenti climatici sia per le rotte aeree, lo sguardo si perde in un profondo panorama sulla fertile valle del Sosio, zona protetta e parco attrezzato, e a nord-est sulla Valle di Vicari, da un dirupo a strapiombo, antemurale difensivo naturale.
Il monte di Prizzi si inserisce in una regione con elevate emergenze orografiche, una serie di rilievi collinari ad est, il baluardo a sud delle alte cime di Montagna dei Cavalli (m 1007), Monte d’Indisi (m 1127), e da sfondo le vette della Montagna delle Rose (m 1436) e Montescuro (m 1301).
Attraverso il secolare sviluppo storico e le trasformazioni socio-politiche, il paese si è andato strutturando nella tipologia insediativa agraria più caratteristica e diffusa in Sicilia “a borgo compatto”, altrimenti denominato “città-paese”, risultato di un complesso di motivazioni concomitanti. Certamente la persistente e netta frattura tra centro abitativo e periferia è stata accentuata, se non imposta, dalla sua strategica posizione orografica. La tipologia dell’insediamento abitativo nell’aspetto fisico-urbanistico presenta la consueta maglia ortogonale, dominata come elemento urbanistico generatore o “polo d’interesse” dal castrum, cinto di mura, e dall’antico castello fortificato, al centro dell’antica linea dell’abitato.
Il nucleo sorse sul margine più alto, oltre che per motivi igienici, data la forte incidenza di malaria ed epidemie endemiche, soprattutto per esigenze militari, nell’insicurezza della campagna, come Vicari, Castronovo e la vertiginosa Caltabellotta. La rocca-presidio era infatti difesa a nord dalla parete verticale di circa 50 metri, da dove godeva di ampia visibilità, ed era di difficile ascesa ad est e sud.
Di probabile età bizantina, essa fu sicuramente ripresa come progetto di nucleo fortificato già dal IX secolo nel momento di conquista e di ripopolamento musulmano. Giocò un ruolo preminente l’abbondanza di risorse idriche, nelle sorgenti sparse sia in tutto il circuito alto dell’abitato, sia nei margini pedemontani (sorgenti del Ferro, Roccuzzo, Fontana Grande).
Questa antica struttura abitativa corrispose in seguito alle esigenze socio-politiche e difensive del nuovo contesto del latifondo feudale, che convalidò la primitiva emergenza architettonica del castello, ricostruito da Matteo Bonello. Una nuova e definitiva ristrutturazione subì per opera dei Chiaramontani, divenendo fortezza, difesa da mura perimetrali e da un mastio con torre decentrata, residenza del castellano.
In questo sistema difensivo emersero due torri, adibite poi come campanili, della chiesa di S. Antonio, allora Madrice, e di quella di S. Anna, e l’altra della chiesa di S. Giorgio, dove fu poi costruita la nuova chiesa Madre. Ai margini estremi del dirupo verticale l’antichissima chiesa di S. Sebastiano, il santo protettore dalla peste, costituì la prima chiesa parrocchiale e la più antica emergenza religiosa.Da questo nucleo abitativo originario, che delimitava il settore centrale della montagna, andarono degradando dal castello, per espansione obbligata nella direttiva est-ovest verso la valle di Magliano, le strade costituite a terrazze dislivellate in linea parallela ed orizzontale ed intersecate da stradine anguste e tortuose: queste linee furono segnate, a cominciare dalla più alta via del Castello, dalle vie S. Antonio, Marcello, Piazza Soprana (oggi via Roma) con il suo sviluppo a gomito verso la ripida salita del SS. Crocifisso. La direttiva orizzontale fu intersecata da sezioni verticali a scalinate, come salita S. Nicolò e da una fitta rete di vicoli e cortili (cortile del Castello, dei Greci). Lo sviluppo fu segnato dalle emergenze ecclesiali di S. Sebastiano, S. Antonio, S. Biagio (poi SS. Crocifisso), S. Nicolò. Negli esigui spazi liberi “i salti altimetrici vengono compensati da scalinate a sviluppo continuo (Salita Matrice) e a sviluppo spezzato (salita S. Nicolò).
La sequenza dei vicoli, cortili e anditi di accesso, in­terrotta dalle strutture religiose in senso orizzontale (S. Sebastiano, S. Antonio) e verticale (S. Nicolò, S. Michele), riconduce in termini di adattamento l’individuo all’ambiente”. I diversi elementi dello sviluppo planimetrico, complesso nell’articolazione viaria, e specialmente i cortili, riconducono all’antico impianto di matrice islamica. In questo contesto “la stessa piazza centrale del paese diventava il punto attorno a cui si stringeva l’agglomerazione, in quanto luogo simbolico dove si ottenevano, con difficoltà, lavoro, crediti e contratti. Chi se ne allontanava per troppo tempo diventava un escluso, secondo modalità di comportamento sociale che in gran parte sono ancora oggi operanti”. Ciò era d’obbligo in una struttura urbanistica, che, se traeva i vantaggi della sicurezza e della salubrità dalla sua posizione, d’altra parte fu e rimase tagliata completamente fuori dalla grande rete viaria regionale, sia verso Agrigento, sia verso Palermo.
Nell’ultima fase del Cinquecento si verificò un momento di vero boom demografico, che innescò quello edilizio. Ciò si può attribuire alla pace relativa di quegli anni e all’incentivo al ripopolamento dei Villaraut (forse anche la fuga dal territorio donato agli Albanesi?).
Le cifre sono sbalorditive per quei tempi se lette nel contesto di un microsistema: dai 1852 abitanti del censimento del 1570, si passò ai 2306 del 1583, ai 3180 del 1653. Intorno al 1561 si sentì la necessità di ricostruire sulla pianta della precedente chiesa dedicata a S. Giorgio l’ampia Madre Chiesa, a tre navate, anche se già nel 1787 si lamentava che fosse “situata in cima del monte, e ne’ confini dell’abitato; ciò che riesce molto incomodo al pubblico, sì per la sua distanza che per l’inaccessibilità, il perché non è punto frequentata da quei cittadini precisamente in tempo d’inverno”. L’espansione edilizia si sviluppò infatti verso le terrazze meridionali, più soleggiate e riparate dalla furtura della tramontana. Al margine sud-est dell’abitato, incrocio viario importante per l’accesso al centro, l’espansione fu segnata dal complesso dei Minori Conventuali.
Questi vi costruirono nel 1582 il loro convento e riadattarono, sulla preesistente chiesetta dedicata a S. Rocco, l’ampia navata della chiesa di S. Francesco d’Assisi. Il suo spiazzale innescò il nuovo asse portante di sviluppo con la lunga strada che si apre davanti al suo prospetto e punta verso oriente. Essa diventò paradossalmente da strada la chiazza, la piazza per antonomasia, distinta dalla vecchia piazza soprana, e tale rimase per tutta la storia del paese, fino ad oggi. Essa si configurò come il nuovo punto focale e lungo la sua linea furono costruiti gli edifici più importanti dal Seicento in poi: la casa baronale, il municipio, le carceri, lo zagato, l’ospedale con la sua chiesetta.
Trovò la sua prosecuzione, pur se alquanto asimmetrica, nella Via Terrazzo, l’antico tiraz, centro e laboratorio artigianale saraceno della seta, che si sviluppò fino alla chiesetta di Maria SS. delle Grazie, addossata alla rupe a strapiombo, l’estremo punto occidentale. Lo sviluppo verso est culminò con l’emergenza della chiesa di S. Anna, a sud con le chiese del Soccorso e in seguito di S. Giovanni. L’antichissima abbazia di S. Angelo fu riadattata dai Carmelitani, che immisero nella chiesetta il culto della Madonna del Carmine.
L’espansione proseguì, di pari passo con l’incremento demografico eccezionale, lungo tutto l’arco del Settecento a ridosso del terreno del convento francescano, verso il monte Calvario e lungo la salita che trovò la nuova emergenza architettonica nella chiesetta di S. Calogero, ad una navata e di pietra a secco.
Il limite di espansione orientale fino alla fine dell’Ottocento fu segnato dalla Via Mercadante a ridosso dell’antico camposanto. Con la costruzione del nuovo cimitero la zona esterna si mantenne come discarica pubblica, una parte fu adibita alla ricorrenza della grande fiera di animali di metà settembre e a fossa della neve.
L’espansione proseguì verso l’assolato sud, mentre solo in epoca recente si completò l’urbanizzazione del quartiere S. Rosalia e si creò la nuova direttrice di sviluppo lungo il raccordo stradale verso contrada Cerasella.

Prof. Carmelo Fucarino